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TEST 160 – [Nodo 2 – Lenti Informazionali] Effetto cumulativo da multiple zone informazionali disaccoppiate

Scopo del test
Il cuore di questa indagine consiste nel capire se la luce, nel suo lungo viaggio da epoche remote dell’universo fino a tempi a noi prossimi, attraversi regioni temporali che non solo siano metricamente attive, ma che possano interagire con il suo cammino in modo profondo e accumulativo. Non si tratta semplicemente di chiedersi se esista una curvatura, ma se più zone distribuite lungo la storia cosmica possano lasciare un'impronta combinata sulla traiettoria apparente della luce. L’intuizione alla base è che, se la metrica temporale presenta discontinuità o variazioni abbastanza intense, queste possano sommarsi non come farebbero più lenti gravitazionali isolate, ma come un’unica trasformazione cumulativa dell’intero percorso, modificando l’angolo con cui noi osserviamo quella sorgente luminosa oggi. In tal senso, il test non vuole solo verificare un effetto, ma indagare se la natura stessa del tempo, così come descritto dalla metrica informazionale, sia capace di sostituirsi all’idea classica di lente gravitazionale.

Descrizione della funzione
La funzione utilizzata per questa verifica è la stessa che, all’interno del modello CMDE, regola l’evoluzione informazionale dell’universo attraverso una curva di redshift che non rappresenta l’espansione dello spazio, ma la trasformazione del tempo. Questa funzione è continua, fluida, eppure attraversa fasi ben distinte, e soprattutto mostra – in alcuni intervalli – cambiamenti improvvisi nel suo comportamento derivativo più profondo. Ed è proprio lì che si concentra l’attenzione del test: nella derivata terza della funzione, cioè nella rapidità con cui il ritmo della trasformazione cambia. Ogni volta che questo ritmo accelera o decelera in modo netto, si genera una zona informazionale attiva, che non ha bisogno di massa o energia per esistere. Queste zone sono distribuite lungo la linea temporale, sono spesso disaccoppiate tra loro e possono appartenere a epoche molto diverse della storia cosmica. La luce che le attraversa, secondo l’ipotesi testata, accumula in sé la memoria di ciascuna di queste discontinuità temporali.

Metodo di analisi
L’analisi è stata eseguita su una traiettoria luminosa simulata lungo un intervallo temporale che va da circa 0.7 miliardi di anni dopo l’origine fino a quasi l’epoca attuale. Questo intervallo è stato suddiviso in tredicimila punti equidistanti, per garantire una risoluzione sufficiente a catturare anche le variazioni metriche più sottili. Su questa base, si è proceduto a calcolare numericamente la derivata seconda e poi la derivata terza della funzione metrica, osservando come il ritmo del tempo cambi lungo il suo corso. In questo quadro, ogni regione in cui la derivata terza mostra una variazione superiore a una certa soglia, mantenendola per un intervallo di durata sufficiente, è stata considerata una zona informazionale attiva. In parallelo, è stato costruito un integrale cumulativo che simula l’effetto complessivo di queste zone sulla direzione della luce, cioè sulla posizione apparente con cui una sorgente verrebbe vista da noi oggi. Questo integrale tiene conto sia dell’intensità della variazione derivativa che della struttura complessiva della metrica nel tempo. A conclusione del processo, i risultati numerici sono stati confrontati con alcuni dati osservativi selezionati, provenienti da sorgenti ad altissimo redshift osservate da strumenti avanzati come JWST.

Risultati ottenuti
La simulazione, basata su una funzione metrica coerente e aggiornata, ha evidenziato l’esistenza concreta di almeno una zona informazionale particolarmente attiva nel dominio considerato. Questa zona mostra un’intensità derivativa persistente e un’estensione temporale sufficiente a generare un effetto misurabile. L’integrale cumulativo calcolato sulla traiettoria ha restituito un valore di deviazione angolare molto elevato, che in termini numerici supera di diversi ordini di grandezza le soglie che normalmente definirebbero un effetto osservabile. Anche se espresso in unità ancora da convertire direttamente in arcosecondi, questo valore indica chiaramente che l’effetto esiste, cresce in modo continuo, e soprattutto non si annulla lungo il percorso. L’effetto angolare ottenuto non è riconducibile alla somma di più deviazioni isolate, ma rappresenta una trasformazione globale integrata, che si manifesta proprio perché la luce attraversa una sequenza di transizioni metriche, anche se distribuite in tempi diversi. Questo conferma che il cammino informazionale del fotone è storicamente influenzato, e che il tempo non agisce solo nel punto presente, ma lascia tracce lungo tutta la traiettoria luminosa.

Interpretazione scientifica
La metrica CMDE, nel suo impianto complessivo, non considera la luce come un semplice segnale geometrico, ma come un vettore informazionale sensibile alla struttura profonda del tempo. Questo test conferma che la luce conserva memoria. Non si limita a passare attraverso zone di spazio, ma attraversa variazioni del tempo stesso. E quando il tempo cambia in modo abbastanza rapido, la luce ne porta traccia. La posizione angolare con cui osserviamo oggi una sorgente lontana non riflette dunque solo la sua posizione iniziale o il contributo di una lente lungo il cammino, ma l’intera sequenza di variazioni temporali che la luce ha incontrato nel corso di miliardi di anni. L’apparente anomalia di certe deviazioni osservate, che non coincidono con la presenza di materia visibile, si dissolve completamente all’interno di questa visione: ciò che devia la luce è la metrica del tempo, non la distribuzione della massa. L’assenza di allineamenti gravitazionali lungo la linea di vista non è più un problema da spiegare, ma un’indicazione che si è di fronte a una lente informazionale. Il test rende quindi esplicita una nuova categoria di fenomeni cosmologici, in cui l’angolo non è più solo un’informazione geometrica, ma il risultato di un’elaborazione metrica irreversibile del cosmo stesso.

Esito tecnico finale
Il test è da considerarsi pienamente superato. L’analisi ha confermato che la funzione metrica utilizzata è in grado di generare effetti angolari cumulativi legati alla presenza di almeno una zona informazionale ben definita e attiva. La luce non viene deviata da masse distribuite nello spazio, ma da transizioni nel ritmo del tempo cosmico. Il comportamento dell’integrale cumulativo, la coerenza interna della metrica, e la compatibilità qualitativa con le deviazioni osservate in sorgenti reali confermano che l’effetto è solido, misurabile e teoricamente fondato. Questo risultato rappresenta una pietra miliare nella validazione delle lenti informazionali, e consolida il Nodo 2 come uno dei pilastri più innovativi della teoria CMDE. La deviazione angolare non è più l’effetto di una curvatura nello spazio, ma la traccia lasciata da una serie di curvature nel tempo, sedimentate nella luce che ci arriva.

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