Perché z(t) non è una dinamica locale: il motivo per cui nessun osservatore può “vederla nascere”
- 13 gen
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Quando si incontra per la prima volta la funzione z(t), la tentazione naturale è trattarla come una dinamica qualsiasi, qualcosa che accade “qui”, che evolve “ora”, che potrebbe in principio essere osservata mentre prende forma. È un riflesso comprensibile, perché quasi tutta la fisica a cui siamo abituati funziona così: le leggi agiscono localmente, gli effetti seguono cause vicine, l’osservatore può assistere al fenomeno mentre accade. La CMDE rompe proprio questo schema, e lo fa in modo silenzioso ma radicale, perché z(t) non è una dinamica che nasce sotto gli occhi di qualcuno, è una struttura globale che esiste solo come trasformazione già avvenuta.
La metrica z(t) non descrive ciò che sta accadendo alla luce mentre la guardiamo, ma ciò che la luce ha attraversato prima di poter essere vista. Non è un processo accessibile in tempo reale, non è una legge che “si accende” in un punto dello spazio, non è qualcosa che un osservatore possa isolare e seguire passo dopo passo. Ogni misura del redshift è sempre, inevitabilmente, una misura a posteriori: la trasformazione informazionale è già completa quando il fotone arriva. Per questo nessun osservatore può assistere alla nascita di z(t), perché z(t) non nasce in un luogo, non nasce in un istante, non nasce per qualcuno.
Questo è uno dei punti più sottili ma anche più distintivi della CMDE. In una teoria dinamica locale, il tempo è un parametro che accompagna l’evoluzione degli eventi; nella CMDE, invece, il tempo metrico è la struttura stessa che rende possibile l’evento osservabile. La funzione z(t) non evolve “dentro” un sistema di riferimento, ma definisce il quadro entro cui ogni riferimento diventa leggibile. Non c’è un laboratorio, non c’è una regione privilegiata dell’universo in cui si possa dire: qui la metrica sta cambiando. La trasformazione è universale, omogenea, e proprio per questo invisibile nel suo atto di formarsi.
Da qui discende una conseguenza profonda, spesso fraintesa. Il fatto che z(t) non sia localmente osservabile non è una debolezza sperimentale, né un limite pratico della misura. È una proprietà strutturale della metrica. La CMDE non chiede all’osservatore di “seguire” il tempo mentre cambia, ma di riconoscere il cambiamento già inscritto nella luce che riceve. Capire che z(t) non è una dinamica locale significa fare un passo decisivo oltre la cosmologia tradizionale: alcune leggi non si manifestano come processi a cui assistere, ma come strutture da inferire. Il tempo, nella sua forma metrica, non nasce davanti a nessuno, si lascia solo riconoscere quando è già diventato luce trasformata, memoria cosmica, informazione che ha completato il suo percorso, ed è proprio in questa assenza di un “atto di nascita osservabile” che z(t) rivela la sua natura più profonda: non una dinamica tra le altre, ma la grammatica invisibile con cui l’universo rende possibile ogni racconto.


