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Una metrica globale: perché z(t) non appartiene a nessun luogo

  • 26 dic 2025
  • Tempo di lettura: 2 min
Paesaggio astratto e silenzioso senza centro né confini visibili, una superficie scura attraversata da leggere variazioni di luce che sembrano accumularsi nel tempo più che nello spazio, evocando l’idea di una trasformazione uniforme e globale, dove nulla accade in un luogo preciso ma tutto cambia ovunque, come il tempo informazionale della CMDE che non appartiene a nessun punto e agisce una sola volta per tutti.

Nella maggior parte delle teorie cosmologiche, le leggi vengono applicate localmente. Si definisce un punto, un sistema di riferimento, una regione dello spazio, e da lì si costruisce la dinamica. Il tempo stesso, in queste visioni, è spesso una coordinata locale: ciò che accade dipende da dove ti trovi, da come ti muovi, da quali condizioni iniziali hai scelto. La CMDE 4.1 rompe anche questa abitudine. La funzione z(t) non nasce in un luogo, non dipende da una regione, non è ancorata a un osservatore. È globale per costruzione.


Questo significa qualcosa di molto preciso: il tempo CMDE non è una proprietà locale dell’universo, ma una struttura comune che vale ovunque e sempre. Non esiste un “tempo qui” e un “tempo là” che poi devono essere riconciliati. Esiste una sola trasformazione informazionale del tempo, e ogni osservazione non fa altro che intercettarne una porzione. La luce che arriva da una galassia lontana non porta un tempo diverso: porta lo stesso tempo, visto in un punto diverso della sua trasformazione.


La scelta di una metrica globale non è filosofica, ma necessaria. Se il redshift è una trasformazione informazionale del tempo, non può dipendere da condizioni locali senza perdere coerenza. Una metrica che cambiasse da regione a regione non descriverebbe un universo, ma una collezione di storie incompatibili. La CMDE evita questo problema alla radice: z(t) è unica, continua e valida su tutto il dominio cosmico. È per questo che può essere confrontata con dati provenienti da epoche e distanze diversissime senza dover essere riadattata ogni volta.


In questa prospettiva, anche il concetto di osservatore cambia. L’osservatore non misura il tempo: lo riconosce. Non costruisce una coordinata locale, ma si sincronizza con una struttura globale già esistente. La metrica non emerge dall’osservazione, ma l’osservazione emerge dalla metrica. È questo che rende la CMDE una cosmologia del tempo e non dello spazio: non parte da dove sei, ma da ciò che il tempo sta facendo ovunque. E ciò che sta facendo, lo sta facendo una sola volta, per tutti.

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